La brusca frenata dei rinnovi contrattuali: salari fermi per milioni di lavoratori e lavoratrici
AVS, Camera dei Deputati, lavoro admin 11 marzo 2025
C’è un tema di cui si parla sempre troppo poco. Soprattutto quanto impatti sulla condizione salariale dei lavoratori e delle lavoratrici.
A fine dicembre 2024, 28 contratti erano ancora in attesa di rinnovo: stiamo parlando del 50,8% dei dipendenti, vale a dire circa 6,6 milioni di persone.
Significa che i 47 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardavano il 49,2% dei dipendenti – circa 6,4 milioni –, corrispondendo al 47,3% del monte retributivo complessivo.
Andiamo a vedere che cosa accade in maniera più precisa.
Nel corso del quarto trimestre 2024 sono stati recepiti 2 contratti (servizi portuali e tessili). Nello stesso periodo nessun contratto è scaduto.
Il settore pubblico continua a pesare in modo rilevante sui mancati rinnovi: comparti come scuola, sanità e amministrazioni locali restano in larga parte ancora privi di un nuovo accordo economico. Molte trattative sono in corso, ma l’effettiva chiusura dei contratti dipenderà dalla disponibilità di risorse e dalla volontà politica di accelerare il processo.
Nel settore privato, la situazione è più frammentata: alcune grandi categorie, come il commercio e la logistica, hanno ottenuto i rinnovi, in cui però non è stato recuperato tutto il potere di acquisto perso. Altri settori, come il metalmeccanico, hanno visto aumentare le retribuzioni per effetto del meccanismo contrattuale di adeguamento annuale delle retribuzioni in base all’inflazione reale. Il rinnovo del contratto metalmeccanico è tuttavia ancora in discussione.
In generale, il tempo medio di attesa di rinnovo, per i lavoratori con contratto scaduto, è diminuito dai 34,1 mesi di gennaio 2024 ai 21,7 mesi di dicembre 2024, ma resta molto ampio.
Stando ai dati ISTAT, nella media del 2024, l’indice delle retribuzioni orarie è cresciuto del 3,1% rispetto all’anno precedente. Aumenti superiori alla media caratterizzano il comparto industriale (+4,6%) e quello dei servizi privati (+3,4%). Eppure, in base a uno studio CGIL svolto monitorando gli aumenti e considerando un periodo lungo (almeno gli ultimi 2 rinnovi), non si è recuperato tutto ciò che si è perso in termini di potere di acquisto.
L’indice mensile delle retribuzioni contrattuali orarie a dicembre 2024 registra un aumento dello 0,1% rispetto a novembre e una diminuzione dello 0,6% rispetto a dicembre 2023; in particolare, si registra un aumento tendenziale del 4,8% per i dipendenti dell’industria e del 3,6% per quelli dei servizi privati, mentre si osserva una diminuzione del 14,1% per la pubblica amministrazione.
Nel dettaglio, gli aumenti tendenziali più elevati riguardano il settore metalmeccanico (+6,4%), il legno, ovvero due contratti che godono di una verifica a posteriori rispetto all’inflazione reale, carta e stampa (+5,3%) e gli alimentari (+5,1%). Anche il CCNL dell’edilizia è stato rinnovato con un aumento del 18%; per le farmacie private e le telecomunicazioni il tavolo di trattativa è in stallo. Variazioni negative, nell’ordine del 20%, per i CCNL del settore statale della pubblica amministrazione.
Il Governo ha messo a disposizione per i rinnovi contrattuali risorse che sono il 10% in meno di quello che l’inflazione ha sottratto alle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici negli ultimi due anni.
Ecco perché, per esempio, la Cgil non ha firmato l’ipotesi di rinnovo del contratto della sanità proposta da Aran e dal governo. La proposta è chiara rispetto all’obiettivo dell’esecutivo di far lavorare molto di più i lavoratori e le lavoratrici per avere degli incrementi salariali decenti. Da un lato si mettono poche risorse sugli incrementi salariali tabellari; invece, ci sono investimenti per la detassazione degli straordinari e finanziamenti per le prestazioni orarie aggiuntive.
Il messaggio che il Governo manda ai lavoratori e alle lavoratrici è che se si vuole guadagnare di più si deve lavorare di più. Mentre quello che lavoratrici e lavoratori ci stanno dicendo è che vogliono guadagnare il giusto per poter lavorare bene e non avere aumenti di orario di lavoro che si sommano a riposi saltati, ferie non godute con carichi davvero drammatici.
Il contratto nazionale dei metalmeccanici, che copre un milione e mezzo di lavoratori in Italia, come dicevo è in discussione. La trattativa si è rotta perché Federmeccanica non vuole venire incontro alle rivendicazioni dei lavoratori: più salario, riduzione di orario e più sicurezza sul lavoro.
A novembre ha scioperato il trasporto pubblico locale per lo stallo nel rinnovo del contratto collettivo nazionale del settore: dopo una pre-intesa, il tema che ora si pone è la mancata destinazione di risorse per coprire gli aumenti contrattuali definiti.
Sempre a novembre, la Pubblica Amministrazione è arrivata a concludere la sua tornata contrattuale. La Cisl ha firmato la pre-intesa, mentre Cgil e Uil hanno negato la firma. Si pensava che con la nuova finanziaria fosse previsto un recupero salariale, che invece non c’è stato.
Si tratta di un contratto della vergogna, perché i contratti servono almeno per recuperare il potere di acquisto eroso dall’inflazione, che invece nei nuovi accordi non viene minimamente tutelato. Se il contratto garantisce un aumento medio lordo di 165 euro, in realtà certifica una perdita media di circa 250 euro lordi.
Tutto questo per dire che, nelle maglie della contrattazione, deve emergere la volontà politica del Governo di destinare adeguate risorse a tutti i rinnovi. Ci si è scagliati contro il salario minimo legale, difendendo la centralità della contrattazione collettiva. Ma non ci saranno giusti salari senza rinnovi, senza risorse e senza aumenti realmente corrispondenti al costo della vita.